LA NATURA DELLA RICERCA SANITARIA È DAVVERO PRECARIA?

I ricercatori precari spiegano perché il concetto di precarietà mina la sostenibilità della Ricerca Sanitaria Pubblica in Italia.

Di fronte alla richiesta di stabilizzazione avanzata dai precari della ricerca sanitaria pubblica con la manifestazione nazionale dello scorso 20 giugno, la posizione del Ministero della Salute e degli organismi tecnici competenti è che flessibilità, mobilità e competitività sono connaturate alla ricerca sanitaria. I ricercatori degli IRCCS spiegano perché il ricorso a forme precarie di lavoro sia soltanto una strategia per garantire agli Istituti performance e servizi a basso costo, sia in controtendenza rispetto al panorama scientifico internazionale e, soprattutto, minacci la sostenibilità, la competitività, l’eccellenza a lungo termine della Sanità Pubblica Italiana.

Gli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) pubblici stanno vivendo un momento di grande sofferenza. L\’entrata in vigore del Testo Unico sul Pubblico Impiego impedisce infatti l’attivazione di contratti atipici nella pubblica amministrazione con il quale viene arruolata la maggior parte del personale che lavora nella ricerca. Ciò significa che, se non si trova una soluzione, dal prossimo anno l\’intero sistema della Ricerca Sanitaria Pubblica rischia la paralisi.

Lo scorso 20 giugno il Coordinamento Nazionale dei Ricercatori Precari (in alcune sedi supportata da CGIL, CISL e ANAAO) ha organizzato una serie di manifestazioni in ciascuno dei 21 IRCCS pubblici italiani per chiedere un piano di stabilizzazione dei precari e garantire la continuità dei posti di lavoro e della ricerca sanitaria. L’iniziativa ha fatto emergere il problema in tutta la sua gravità e ha suscitato un dibattito politico sia livello nazionale che regionale.

Ad un’interrogazione della deputata Donata Lenzi del 21 giugno in cui si chiedevano: «iniziative urgenti, normative e finanziarie […] perché possa essere definita in maniera duratura la posizione professionale dei 3500 lavoratori precari della ricerca sanitaria», il Ministero della Salute risponde ribadendo: «il personale di ricerca degli IRCCS non è assunto sulla pianta organica ma per specifiche esigenze dell’attività di ricerca […] né si rende facile addivenire ad un ipotetico ampliamento della pianta organica degli Istituti in esame attesa la necessità di mantenere per tale personale un certo grado di flessibilità, mobilità e competitività che rappresentano caratteristiche connaturate al contesto di ricerca, in piena sintonia con il sistema internazionale altamente concorrenziale in cui agiscono gli enti di ricerca».

In estrema sintesi: per essere competitiva e internazionale, la ricerca sanitaria deve essere precaria.

Ma siamo davvero sicuri che sia così? In primo luogo: siamo davvero sicuri che \”precarietà\” sia sinonimo di \”competitività\”?

Il premio Nobel per la medicina nel 2014 è stato assegnato a tre ricercatori per le loro scoperte sulle cellule costituenti il sistema di posizionamento nel cervello. Uno di loro è Edvard Moser, un ricercatore norvegese che all’età di 34 anni iniziò la carriera come professore associato e già due anni dopo divenne professore di ruolo. Questo gli permise di portare avanti le sue ricerche in modo efficace e produttivo.

L’anno precedente il premio è stato vinto da tre ricercatori per le loro scoperte sui meccanismi di regolazione del traffico vescicolare. Tra di loro Thomas C. Südhof, un biochimico dell’Howard Hughes Medical Institute. All’età di 31 anni Südhof ha avuto la possibilità di creare il proprio laboratorio, che ha poi mantenuto per oltre 20 anni nello stesso Istituto fino a raggiungere i risultati che lo hanno portato al Nobel.

Sotto a queste e molte altre storie di successo nella ricerca, c’è la possibilità di pianificare una ricerca a lungo termine, contando su team di ricerca professionali e specializzati costruiti nel tempo e su strutture di supporto efficienti e altrettanto specializzate.

Un team di ricerca con un alto turnover non permette di capitalizzare competenze utili per progetti a medio e lungo termine. Ogni volta che un ricercatore è costretto a cambiare Istituto, dovrà impiegare molte risorse per capire dinamiche, procedure, pratiche amministrative sempre nuove e diverse non sarà in grado di coltivare professionalità specifiche in grado di portare valore aggiunto alla ricerca.

Il vero motore della competitività è la possibilità per il ricercatore di pianificare e fare progredire la propria ricerca con una certa sicurezza. Al contrario la precarietà complica l\’accesso ai finanziamenti, riduce lo sviluppo di competenze e carriera, colpisce i ricercatori più giovani a favore di quelli più anziani e di conseguenza limita la libertà di ricerca e l’emergere di idee innovative.

 

In secondo luogo: siamo sicuri che la \”precarietà\” sia in sintonia con il “sistema internazionale”?

In tutti gli istituti di ricerca internazionali troviamo lavoratori arruolati stabilmente in qualità di ricercatori o di professionisti che forniscono servizi necessari alla ricerca. A questi si affianca anche una componente di lavoratori della ricerca che sono arruolati con un contratto di lavoro a termine. Ma questo non vuol dire che siano lavoratori precari. Le condizioni contrattuali offerte ai ricercatori all\’estero, infatti, sono spesso estremamente più vantaggiose in termini di arruolamento, diritti e progressione di carriera, rispetto a quelle offerte in Italia. Ne è la riprova il fatto che mentre l\’Italia esporta continuamente professionisti della ricerca, difficilmente è in grado di attrarne dall\’estero.

Ciononostante, anche il sistema internazionale non è privo di distorsioni legate alla precarietà, come dimostra un dossier di Kendall Powell pubblicato (Powell K. The future of the postdoc. Nature. 2015) su Nature già nel 2015, una delle più importanti riviste scientifiche al mondo. L\’articolo mostra come il proliferare selvaggio dei Postdoc – contratti a termine fatti per i ricercatori che hanno concluso un dottorato di ricerca universitario – ha raggiunto livelli incredibili, creando un vero e proprio esercito di persone altamente specializzate che passano da un istituto di ricerca all’altro nella speranza di trovare uno spazio adeguato per coltivare la propria ricerca. Il risultato è che dopo anni di pellegrinaggio ed instabilità lavorativa la maggior parte di questi ricercatori si sposta in altri settori: case farmaceutiche, agenzie sanitarie private, aziende private. La conclusione dell’articolo è eloquente: che senso ha formare, e quindi investire, spendere per anni soldi pubblici per incrementare le competenze di un soggetto se poi il sistema stesso non permette di poterne usufruire a lungo termine?

 

In terzo luogo: siamo sicuri che la precarietà non sia soltanto una strategia per garantire agli Istituti performance e servizi a basso costo?

Gli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico si distinguono dagli altri istituti di cura proprio perché si occupano di ricerca scientifica. Ciononostante, fino ad oggi i ricercatori non sono mai stati considerati parte integrante del personale degli IRCCS.

I dati sull\’arruolamento dei ricercatori mostrano che almeno il 50% dei ricercatori lavora nello stesso IRCCS da più di tre anni e non sono rari i casi in cui l\’anzianità sale fino a 10 anni e oltre. Questo vuol dire che più della metà dei dipendenti impiegata in quegli Istituti non è legata a esigenze temporanee di ricerca ma ha sviluppato competenze e occupato posizioni necessarie all\’attività dell’Istituto che li ospita.

Eppure continuano ad essere lavoratori di \”serie B\”, con meno diritti e spesso retribuzioni inferiori ai parigrado strutturati.

 

I più fortunati lavorano con contratti di collaborazione coordinata e continuativa. Gli altri in borsa di studio, cioè un finanziamento concesso a studenti meritevoli che non è assimilabile ad un contratto di lavoro.

Ci si domanda quindi: dopo più di tre anni passati nello stesso posto un lavoratore ha il diritto di concedersi il pensiero di fare parte di quell’Ente/Istituto?

E’ civicamente “giusto” che all’interno dello stesso ente pubblico ci siano persone arruolate con contratti atipici per svolgere le stesse mansioni di personale strutturato, creando quindi diseguaglianze di diritti a tratti inconcepibili in uno stato democratico?

E\’ eticamente giusto che la pubblica amministrazione per garantire la sostenibilità e la continuità dei propri servizi di eccellenza alla collettività ricorra a borse di studio anche per dieci anni di seguito?

Quando chiediamo un piano di stabilizzazione, non stiamo proponendo realtà che non esistono.

Il National Institutes of Health (NIH), l’agenzia del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti responsabile del 28% dei finanziamenti alla ricerca biomedica negli USA, ha attivato un programma di finanziamento che prevede uno staff di ricerca stabile per progetti a medio e lungo termine. Inoltre, ogni anno vengono assunti in pianta stabile 30 nuovi ricercatori. Grazie a questa organizzazione l’NIH ha supportato importanti lavori innovativi che hanno portato a sviluppare, per esempio, il vaccino contro l’epatite o l’uso del Litio nel disturbo bipolare dell’umore.

Ma anche l’Unione Europea spinge in questa direzione. La Carta Europea dei Ricercatori è una raccomandazione della Commissione Europea pubblicata nel 2005 che esprime i principi guida della ricerca in tutti gli stati membri e quali devono essere i doveri e i diritti dei ricercatori.

In tale carta, tra le raccomandazioni troviamo scritto: «Gli Stati membri – nell’elaborare e adottare le loro strategie e i loro sistemi per lo sviluppo di carriere sostenibili per i ricercatori – tengano adeguatamente conto e si ispirino ai principi generali e alle prescrizioni contenuti nella Carta Europea dei Ricercatori e nel Codice di Condotta per l’assunzione dei Ricercatori stessi».

Quello che tutti noi speriamo è che la situazione creata dall’abolizione dei contratti di lavoro atipici nella pubblica amministrazione non sia la pietra tombale della ricerca sanitaria pubblica. Piuttosto sia finalmente l’occasione per una decisa inversione di tendenza, un lungimirante disegno politico da parte di tutti gli addetti ai lavori. Adeguati investimenti oggi nella ricerca sanitaria e nei professionisti che vi lavorano si traducono in servizi di eccellenza per i cittadini, miglioramento delle cure, conseguenti futuri risparmi sulla spesa sanitaria. Inoltre le ricadute nel settore industriale con il trasferimento tecnologico di scoperte scientifiche possono avere un ruolo importante per il rilancio economico del paese.

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